Giovanni Mallamaci: Mio Padre
Giovanni Giuseppe Mallamaci, nato nel 1928, insegnante elementare.
Ha insegnato per circa quaranta anni a Motta, dove ha istruito diverse generazioni. In qualche occasione ha fatto scuola a nonni, figli e nipoti dello stesso nucleo familiare.Per il Suo impegno civile e per il riconoscimento di una vita spesa al servizio della comunità Mottese, alla Sua prematura dipartita, il Consiglio Comunale, la Direzione Didattica e le Associazioni presenti sul territorio, accogliendo le istanze provenienti dalla società civile, hanno intitolato alla Sua memoria le Scuole Elementari di Motta Centro. Sottufficiale dell’Esercito Italiano (esperienza che considerava altamente formativa) da giovane è stato corrispondente di diversi quotidiani nazionali. Per mio padre Motta è sempre stato al centro della propria vita, e al Suo Paese ha dedicato anche qualche scritto pubblicato sul Mattino di Napoli del 1952:
La commemorazione
L’insegnante Giovanni MALLAMACI è nato a Motta San Giovanni il 1° agosto 1928.
Inizia la sua carriera, giovanissimo, nell’anno scolastico 1948-1949 nella scuola Elementare di Motta San Gíovanni dove, dopo una parentesi di alcuni anni in altre sedi ritorna per svolgere la sua missione di Maestro fino al 1988.
Nel 1952 consegue il diploma di Vigilanza Scolastica con l’intento di avviarsi verso la carriera direttiva, alla quale rinuncia per dedicarsi esclusivamente al rapporto diretto con gli allievi.
Nel 1953-1954, mentre è in servizio nella sede di Molaro di Montebello, sospende il servizio scolastico perché chiamato a svolgere quello militare. E’ un’esperienza che incide positivamente sul suo carattere sempre incline alla disciplina al senso del dovere e al rigore morale.
Durante la sua lunga carriera partecipa allo sviluppo della scuola e favorisce il progresso culturale della Comunità Mottese, non solo con la sua attività di Educatore, ma prodigandosi in più direzioni affinché l’Istituzione scolastica raggiunga in pieno la sua finalità educativa.
A questo scopo si avvale anche del suo ruolo di Amministratore Comunale con l’incarico di Vice Sindaco, ricopre nel biennio 1956~ 1958, sollecitando interventi incisivi volti alla soluzione dei problemi della Scuola.
E’ un valido Collaboratore Didattico, prezioso aiuto per i direttori che si succedono alla guida del Circolo.
Uomo colto e dagli svariati interessi si dedica al giornalismo collaborando con i quotidiani il Tempo, la Tribuna, la Gazzetta del sud, Impegno,facendosi portavoce delle esigenze dei suoi concittadini. Quale componente del Circolo Culturale Mottese promuove dibattiti e confronti su temi di carattere sociale.
Profondamente religioso, partecipa fattivamente alla vita della Comunità parrocchiale come Presidente dell’Azione Cattolica.
Ma è soprattutto Maestro di scuola e di vita per tutti noi.
Una tra le tante Poesie dedicate a MOTTA.
MOTTA: PARADISO DELLA TERRA ABRUTIA
All’estrema punta dello stivale, a 500 metri dal livello del mare, tra monti scoscesi, solcati da valli sonanti, circondata dal verde dei campi, stà Motta, l’antica Leucopetra,con i suoi giardini coltivati a leguminose che si attorcigliano in alti pali che la mano industre del nostro contadino sa preparare.
I suoi Uliveti, che si perdono nella distesa pianura o nelle ripide colline, sono di manto a questa terra sl nobile e generosa.
La sua acqua freschissima e limpidissima come il suo cielo, la sua aria salubre, ne fanno di questa terra una oasi ove le membra dell’individuo travagliate degli affanni continui della vita, ne trovano ristoro e pace.
E se poi guardi là, in fondo, in un crescendo di armonia, vedi il suo mare solcato da qualche barca a vela, mentre ancora da quelle parti, sempre piu’ in fondo, la fumante Etna appare in tutta la sua gigantesca mole.
I suoi colli, a volte declinanti dolcemente verso il mare, o ripidi e disseminati qua e là da folti roveti, sembrano, a sera, tanti giganti posti a guardia di questa vecchia terra.
Le sue case, linde ed umili, appollaiate nelle alture rocciose o tufose, ne danno, a Motta, la parvenza di un umile presepe.
A vespero,poi, vedi da sui viottoli di campagna il tardo contadino tornare dal lavoro con la vanga sulle spalle e con la capra tirata dalla corda.
Qua e là,vedi la contadinella con il suo fascio di legna o di erba ritornare,giuliva e fresca, alla casa paterna,per consumare,al tenue chiaror di una lucerna, la misera cena che la mamma le ha preparato.
E intorno poi all’imbandito desco,senti la famigliuola parlare delle vicine e commentare del vestitino che la Nina e la Rosa domenica si metteranno per la Messa.
Quando ormai tutto ti sembra pace, senti un suono di organetto ripetere il solito e monotono motivo,mentre i giovanotti se la spassano cantando o ballando.
Intanto è l’ora della passeggiata.
I numerosi villeggianti che quest’anno affollano ogni angolo delle nostre strade, partono dalle loro case per godere dell’aria salubre che Iddio ha voluto donare alla nostra terra.
E Suso,il superbo castello che ancora oggi domina incontrastato con i suoi ruderi tutto il paesaggio,è la meta del forestiero.
E lassu tra piccole casette, il tuo sguardo vaga da rudere a rudere e ti invita alla contemplazione.
Ed ecco Reggio, ed ecco Messina, ed ecco Villa e Pellaro,Catania e le frazioni del reggino in una miriade di luci, in uno sfolgorio sempre piu’ vivo di fari che, ora s’accendono ed ora si spengono,per incanalare forse l’ultimo traghetto della giornata che unisce le due opposte sponde.
Ed ad un tratto,preso da questa superba visione,senti tra il frusciare degli alti pini del sottostante cimitero,le larve degli antichi nostri narrati di Motta e di Nostra Gente.
E il fruscio mi porta al 1300, quando i Nicetini furono costretti ad abbandonare il loro Castello e attraverso una galleria portarsi a Suso, e sai così delle vicende e vicissitudini di nostra gente,fin quanto il superbo principe di Bagnara fu inghiottito dal vorticoso vuoto che ai margini di Suso si para pauroso. E sai dei Saraceni e della leggende che volle San Giovanni protettore di nostra terra.
Poi,estasiato, riprendi la via del ritorno.La brezza che lentamente sale dal mare, attraverso le gole dei colli,ti costringe a rinchiuderti nella tua stanzetta.
Qualcuno pero’,ancora veglia:il tardo studente che gaio si ricorda e canticchia l’ultima fiamma forse vicina,forse lontana.
Dal Mattino di Napoli
Il corrispondente GIOVANNI MALLAMACI MOTTA SAN GIOVANNI LI 31/8/1952












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